domenica 11 dicembre 2011

Recessione americana e crisi italiana

Recessione americana e crisi italiana

Vorrei soffermarmi su due punti in particolare.
            Il primo è che la crisi finanziaria americana che sta colpendo tutto il mondo occidentale, (ma non quello musulmano perché basato su altri fondamenti etici), non è madre della crisi economica italiana.
            Il secondo è che la recessione “tecnica” italiana, (ossia che per due trimestri ha avuto una crescita negativa e con l'anno si chiuderà con una crescita zero), è figlia della sua crisi, della sua incapacità e della noncuranza dei nostri governanti.

            L’America ha subito una grave crisi finanziaria. Non l'unica a dire il vero, dato che dagli anni novanta fino ad oggi ce ne sono state almeno una dozzina di ampia portata, si ricordi quella del 2001 (ante 11 settembre) o il crack parmalat, cirio, di bandiera italiana. Però, questa crisi finanziaria, ha un epicentro con delle caratteristiche determinanti. E’ un epicentro americano, bancario e monetario ed è l'unione di queste che la rende irresistibile.
Le banche americane, spina dorsale di un sistema paese che si pone al timone del mondo, sono fallite così come sta fallendo la sua moneta, il DOLLARO dal 2002 a questa parte. Il motivo è semplice. Il debito pubblico americano, primo nel globo, è la base del successo commerciale, a condizione però che si celi agli occhi dei suoi investitori. Il dollaro, stampato senza vincoli aurei o programmatici, perde fiducia a monete più stabili come l'euro o lo yen. Ci si rivolge ad altri mercati.
Oggi l’abito americano, sempre più corto man mano che cresce il suo debito, ha mostrato tutta la sua indecenza. E' bastata una truffa di un italo-americano (vedi report raitre), che è riuscito a piazzare e rendere fruibili al mercato (tramite cartolarizzazioni figlie della finanza creativa) mutui spazzatura che non si sarebbero mai pagati nel tempo, per la crescita all'infinito delle sue rate, per buttare a terra il gigante americano, colpendolo al cuore. Colpendo la fiducia mondiale.
            A meno che non si voglia mettere mano agli accordi monetari di Bretton Woods, e cambiare in modo radicale questa giostra economica, che perderà sempre e comunque pezzi nel tempo (ma fino a quando?), dobbiamo avere la consapevolezza che lo Stato dovrà metter mano sempre al portafoglio. E purtroppo, come dobbiamo sapere, nei fatti i governanti hanno preferito riparare la giostra rotta con un prestito da centinaia di  miliardi di euro, che pagheremo nel tempo noi e i nostri figli. Ancora Berlusconi tace su quanto l’Italia ha stanziato. La crisi americana dunque, l’abbiamo pagata noi.  
Ma la recessione “tecnica” americana non ha ancora raggiunto l'Italia. E non è detto che la raggiunga direttamente. I tagli dei tassi della Fed, l’abbassamento dei prezzi delle materie prime (petrolio da 120 a 65 $ al barile), l’aumento del valore del Dollaro sull’Euro, sono la base per la ripartenza, che si aspetta già dal 2009. Obama dovrebbe fare il resto.

La recessione italiana, invece, è figlia della sua crisi politica e sociale. La Commissione Ue spiega che «l'accentuato rallentamento dell'economia italiana ha origine dalla metà del 2007, ben prima dell'impatto della crisi dei mercati sull'economia europea». Un governo che fronteggia una recessione dovrebbe avere un unica priorità. Avere cura della domanda interna. Come?
-          destinando risorse ai soggetti deboli in modo che non paghino loro la recessione, quindi alle famiglie, e allo Stato. Dunque non tagli, ma investimenti ad esempio in scuola e università, regolarizzando posti di lavoro e mutui da pagare, difendendo la propria occupazione.
-          alzando i salari, sfruttando l’effetto dell’abbassamento dei tassi e dei prezzi delle materie prime che inibiscono l’inflazione, per rilanciare la domanda dei consumi e delle imprese. Oppure ancora, abbassare le tasse su famiglie e imprese, sperando che i consumi facciano da traino alla ripresa;
-          dirottando gli attuali investimenti pluri-miliardari, (dagli effetti ritardati e antieconomici!), dalle cattedrali nel deserto (inceneritori, Tav, nucleare) a progetti dalla larga e subitanea gittata di ricchezza: 1. La raccolta differenziata porta a porta, che ha un rapporto di mille a uno lavoratori rispetto all’inceneritore. 2. Il completamento dei vecchi cantieri autostradali, metropolitane, e ferrovie, invece di iniziarne di nuovi. 3. La tecnologia e sviluppo delle risorse rinnovabili, che hanno un miglior rapporto rendimento/danno potenziale, esportandole in seguito come “made in Italy”, e svincolandoci dal petrolio e dai suoi effetti.