martedì 3 gennaio 2023

Italia, emergenza laureati e dottori in corsia, ma rimane il numero chiuso a Medicina

L’Italia secondo i dati Eurostat ha ancora pochi laureati rispetto alla media europea. Penultima (solo il 29%), peggio solo la Romania.  Nel frattempo la Sicilia importa medici dalla Argentina, la Calabria da Cuba, e la Puglia dall’Albania. Ma allora perchè l’Italia impone ancora il numero chiuso per il corso di laurea in Medicina? A chi conviene? Perché gli italiani devono farsi curare da medici stranieri?

 

L’Italia, secondo i dati diffusi da Eurostat, è molto lontana dalla media europea e dall'obiettivo che l’Europa ha fissato: far salire al 45% entro il 2030 la media dei giovani che ha completato l'istruzione universitaria. Nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni registrata nel 2020, la quota italiana (il 29%) è superiore solo a quella della Romania, pari al 25%. Infine, meglio le donne rispetto agli uomini.

Se da un lato i laureati italiani sono molto pochi, il “Bel Paese” continua a tenere chiusi i corsi universitari, alcuni molto richiesti (Medicina e chirurgia, Odontoiatria e protesi dentaria, Veterinaria, Architettura, Medicina in lingua inglese, i corsi delle professioni sanitarie, Scienze della formazione primaria). L’iscrizione a questi corsi di laurea può avvenire solo dopo il superamento del relativo test di ingresso.


Una follia che non tiene conto, da una parte, dei dati dell’Europa e dall’altra, dell’allarme lanciato dalle associazioni di categoria dei medici e dai professionisti del settore. Anche quest’anno per Medicina ci sono già in partenza 1000 posti in meno rispetto a quelli previsti dall’ultima Conferenza Stato-Regioni, che aveva stabilito che il fabbisogno di medici e odontoiatri per il 2022 fosse di 18.095 unità. Ma il Ministero non ha bandito altrettanti posti per il Test d’accesso al corso di laurea in Medicina e Odontoiatria 2022. Ne sono stati banditi solo 17.206 posti. Quasi mille posti in meno. Perchè?

 

Per gli avvocati siciliani, Leone e Fell, da anni impegnati a favore dell’abolizione del numero chiuso del corso di laurea in Medicina, anche quest’anno denunciano che si tratta comunque di un bando illegittimo. “L’aver previsto sempre meno posti rispetto al fabbisogno ha negli anni portato a un ennesimo paradosso: Lo scorso anno, a fronte di 18.397 borse bandite per le Specializzazioni mediche sono rimasti vacanti 2.748 posti (a cui vanno aggiunti i posti lasciati in corso d’anno dai corsisti rinunciatari), mentre all’ultimo concorso per SSM hanno partecipato 15.869 medici, ma non si sa ancora per quanti posti. Se il dato dei posti messi a bando dovesse essere simile a quello dello scorso anno, rimarrebbero vacanti quasi tremila posti per mancanza di medici da formare!“

La carenza di organici negli ospedali, non è solo una questione di risorse, ci vuole anche una buona dose di coraggio. Continuare con politiche spot per poi ritrovarsi sempre davanti lo stesso scoglio, è un gioco a somma zero, in cui perdono tutti amministratori, medici, cittadini». Lo dichiara Potito Salatto, presidente di Aiop Puglia, l’associazione ospedalità privata.

Mentre la Sicilia sta aspettando l’arrivo dei medici dall’Argentina, (è il caso dell’Asp nissena, dove il presidio ospedaliero è in grave affanno per la scarsità di medici e personale sanitario) il presidente dell’Ordine dei Medici di Palermo, Toti Amato, denuncia: “È noto da vent’anni che il fabbisogno di medici e sanitari sia inadeguato e siamo consapevoli che in uno stato d’emergenza servono misure urgenti per garantire salute ai cittadini. Ma non è accettabile che questo possa avvenire senza nessuna interlocuzione e un piano straordinario concordato tra Regione e istituzioni ordinistiche, pienamente coinvolte nel processo di certificazione necessaria ai colleghi esteri per esercitare la professione in Italia”.


“In barba al più misero senso di qualità delle cure, mancano i medici di medicina generale ma si fa poco o nulla per risolvere il problema” - ha scritto Lorenzo Spadotto, operatore sanitario e penna specializzata del settore. “Credo sia opportuno chiedersi se negli anni avvenire continueremo a rincorrere i numeri in attesa che si saturino le zone carenti nel prossimo decennio e se, nel frattempo, continueremo a vivacchiare con medici a cui assegnare 1.800-2.000 pazienti l’uno,”.

Cinquecento medici arriveranno da Cuba per colmare la mancanza di personale sanitario negli ospedali della CALABRIA. Per ora i primi 50 sono arrivati e dalla Regione Calabria assicurano di essere al lavoro per dare seguito agli esiti della recente manifestazione di interesse rivolta agli specializzandi dal terzo anno in poi. Trentotto uomini, tredici donne, specialisti dell'emergenza, chirurghi, cardiologi, ematologi, radiologi, ginecologi, pediatri. La metà di loro hanno già fatto esperienze di lavoro all'estero: in Africa, in America, in Arabia, qualcuno anche in Europa. Ma per tutti in Italia è la prima volta.

In PUGLIA sono 4 i medici albanesi destinati alla provincia di Taranto. Il primo medico albanese è stato destinato al pronto soccorso del presidio della città di Manduria. Si tratta di uno specialista in medicina d’urgenza laureato nel Paese delle aquile che lavora al dipartimento di emergenza urgenza dell’ospedale di Tirana.

I medici italiani non tacciono. Hanno denunciato il forte aumento dei carichi di lavoro e delle forti carenze di personale. Se ne è discusso infatti nel corso del 25° congresso nazionale dell'Anaao Assomed (Associazione medici dirigenti), in corso a Napoli. Questo è il risultato di un sondaggio a cui hanno risposto 3.282 professionisti del settore. E’ stato sottolineato che a rendere complicata la vita in corsia è stato in particolare l'aumento dei carichi di lavoro, sia a causa di carenze di personale sia per criticità di carattere organizzativo, almeno per quanto segnalato dal 77% degli intervistati.

sabato 19 febbraio 2022

La tutela dell’ambiente è nella Costituzione, 52 anni dopo il convegno curato da Giorgio Nebbia

 

La tutela dell’ambiente è nella Costituzione, 52 anni dopo il convegno curato da Giorgio Nebbia

di Giuseppe Miccoli

 


Sono passati 52 anni, da quando il prof Giorgio Nebbia, l’illustre chimico e professore ordinario di Merceologia dell’Università degli Studi di Bari, uno dei padri dell’ambientalismo italiano, organizzò nell’aprile del 1970 a Milano uno dei primi convegni di ampio respiro internazionale dal titolo “l’uomo e l’ambiente, un’inchiesta internazionale”.

Mezzo secolo più tardi, l’ambiente entra in Costituzione. L’8 febbraio 2022 la Camera ha approvato la proposta di legge costituzionale che arricchisce due articoli della Carta, il 9 ed il 41. «La Repubblica – recita il nuovo articolo 9 - promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. TUTELA L’AMBIENTE, LA BIODIVERSITÀ E GLI ECOSISTEMI, ANCHE NELL’INTERESSE DELLE FUTURE GENERAZIONI. LA LEGGE DELLO STATO DISCIPLINA I MODI E LE FORME DI TUTELA DEGLI ANIMALI». Non ci sarà questa volta il passaggio alle urne perché la Camera ha approvato con la maggioranza dei due terzi. 

Il convegno, curato dal professore Nebbia, bolognese di nascita e barese di adozione, fu organizzato dalla Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche e dall’ente Autonomo della Fiera di Milano: parteciparono quasi un centinaio di relatori, tra professori universitari, scienziati, politici, imprenditori, e cittadini facenti parte di associazioni ambientaliste, provenienti da tutta Italia ed Europa.

Gli atti, stampati dalla casa editrice Tamburini editore nel 1971, furono poi raccolti in un manuale di 326 pagine con contributi in italiano e in inglese, un anno prima che fosse organizzata dalle Nazioni Unite la Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano nel 1972, ed ebbero l'alto patrocinio del Consiglio d'Europa e del Ministro per il coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica dello Stato italiano. Questo prezioso libro è ora conservato a Bari, presso la Biblioteca ex Dipartimento di Scienze geografiche e merceologiche, nella sezione di Merceologia della facoltà di Economia.

Il convegno aveva l’obiettivo di far conoscere un termine, quello di “ambiente” appunto, il cui significato non fosse solo quello di un semplice e indefinito spazio che circonda una cosa o una persona, ma ciò che “con maggiore completezza” i francesi intendevano – come scriveva appunto Nebbia - quando usavano la parola “milieu” o gli inglesi con la parola “enviroment”. L’accezione della parola italiana “ambiente”, dunque per il professore Nebbia, doveva essere associata all’esistenza di una “crisi ecologica” causata dai sempre più numerosi effetti generati dalle attività umane. L’uomo perciò, anziché ignorarli, avrebbe dovuto governare quei “mali” che si formano in modo residuale assieme alla produzione dei “beni” con lo sfruttamento delle risorse naturali – acqua, aria, mare, foreste, animali, etc.


Il termine “ambiente”, per il prof. Nebbia , infine doveva essere accostato ad un altro che iniziava ad andare di moda nei primi anni 70, ossia quello di “ecologia”, ma che nell’accezione moderna doveva essere intesa come “ecologia globale” , “come lo studio dei rapporti tra gli uomini e tutta la biosfera”, nonché come una “nuova scienza sovversiva rispetto al nostro modo di pensare”.

I giovani di Berkeley – scriveva Nebbia nel suo intervento - quelli della “Università libera”, organizzavano i “contro-corsi di ecologia come reazione alla mancanza di un adeguato insegnamento ecologico” e che trovarono poi una sponda inaspettata anche “nel principe Alberto di Liegi, che alla Conferenza di Strasburgo” nel febbraio del 1970, invitava tutti a fare “causa comune con i giovani che respingevano le strutture economiche create 150 anni prima”. I contro-corsi di Ecologia arriveranno a Bari nel 1977 e saranno organizzati nell’Ateneo occupato dagli studenti fuori sede: ovviamente con la solidarietà e partecipazione dello stesso prof. Nebbia, così come ha ricordato con una sua testimonianza il docente, scrittore e fondatore della rivista “Gaia” Michele Boato.

L’ecologia, sarà infine poi descritta nella sua accezione moderna e non più relegata al solo mondo della biologia, per la prima volta in modo esauriente da Laura Conti, una delle prime donne ecologiste e prima presidente di Legambiente, in un libro “Che cos'è l'ecologia. Capitale, lavoro e ambiente - Ed. Mazzotta, Milano, 1977”

Sempre in questa sede, il prof. Nebbia fece due proposte degne di nota per il dibattito culturale. In primis consigliò di usare l’espressione “società dei rifiuti” al posto della meno corretta “società dei consumi”. La sua critica era tesa non tanto a sovvertire la “società capitalistica”, quanto piuttosto a descrivere come questo processo di “degradazione irreversibile della natura, ubbidendo alle leggi della termodinamica”, avrebbe prodotto irrimediabilmente “una quantità sempre crescente di rifiuti” tanto da impedire “la sopravvivenza dell’uomo”.

In secondo luogo, aveva proposto di seguire l’esempio positivo della Polonia. L’Italia avrebbe dovuto creare una amministrazione unica centrale delle risorse naturali – appunto il Ministero delle risorse naturali, dell’ambiente e della natura - al fine di poter dare vita a un ente pubblico nazionale dell’Acqua, per coordinare l’uso delle risorse idriche. In Italia, però, il primo Ministro senza portafoglio per l'ecologia sarà nominato solo nel 1983 e la prima struttura ministeriale arriverà solo sedici anni più tardi, nel 1986 con la legge n. 349.


domenica 6 giugno 2021

Dialogo tra Pecchini e Enrico Ruggeri. Linee difensive

[ricostruzione ironica partendo dai comunicati stampa su FB, Twitter e altri media] 

[Al Bar, seduti al tavolo]

Ex Patron della Nazionale Cantanti Gianluca Pecchini: Ehi Enrico, ciao. Mi sono sentito con l'avvocato. 
Enrico Ruggeri, capitano della nazionale italiana cantanti: Eh! Che ha detto? 

Pecchini: Sporgo denuncia alla ragazza [l'attrice Aurora Leone, ndr] 
Ruggeri: Oh, Finalmente! All'attacco! Come si procede? 

Pecchini: Perchè mi ha diffamato, devo difendere la mia dignità! 
Ruggeri: Mi raccomando, fai anche un comunicato stampa. Titolo "Ti denuncio, per difendere la mia dignità". Io nel frattempo twitto una foto con la squadra di serie C2. 

Pecchini: Che squadra? 
Ruggeri: Il Soha. 

Pecchini: Mai sentita! 
Ruggeri: Senti! Mi sono seduto e mi sono fatto fotografare in prospettiva con tutti i giocatori (che erano tutti maschi!) ed erano tutti seduti al tavolo per il pranzo. E scrivo "In tutto il mondo si fa così!" Capito? Faccio l'allusione alla situazione del tavolo". 

Pecchini: Genio! Così alle femmine passa voglia di sedersi al tavolo con noi! 
Ruggeri: Ora chiamo Brosio. Ha detto che ci appoggia. C'è anche Bugo e mi faccio supportare con qualche like. 

Pecchini: Servitùùùù! Ma quando arriva?
Ruggeri: Io prendo un caffè. 

Pecchini: Eros Ramazzotti lo hai sentito? 
Ruggeri: L'ho chiamato ma non risponde. Ha fatto un casino. E' andato via all'alba, senza nemmeno salutare! 

Pecchini: Secondo me quello ha la figlia che si chiama Aurora, uguale alla Leone, e l'ha presa sul personale. S'è ammorbidito!
Ruggeri: Ohhh! Ma sto caffè!

martedì 25 maggio 2021

Pecchini e i Måneskin. Racconto distopico


Luogo: Italia dove nulla cambia. Scena: tavolo ristorante dell'albergo. 
Data: 25 maggio 2022. Un anno dopo. 

Patron della Nazionale Cantanti Gianluca Pecchini: Buonasera, voi al tavolo chi sareste? 
Måneskin: Buonasera dottor Pecchini, siamo il gruppo dei Måneskin. Io sono Damiano David (cantante), lui è il chitarrista Thomas Raggi poi c'è Ethan Torchio che suona la batteria... 

Pecchini: E lei chi è, una accompagnatrice? Måneskin (tutti insieme): 
Ma sei fuori di testa? Lei è Victoria De Angelis la nostra bassista. 

Gianluca Pecchini: Ma è italiana? Non parla? 
Victoria De Angelis: (con accento romano) Si so' italiana e ho origini danesi. Perché? 

Gianluca Pecchini: Guardate, voi potete rimanere seduti qui, ma la femmina del vostro gruppo non può rimanere seduta. 
Ethan (battendo suo tavolo): Scusa ma abbiamo sbagliato tavolo? 

Gianluca Pecchini: No, il tavolo è giusto. Victoria in quanto donna (e pure danese!) non può rimanere al tavolo della nazionale italiana cantanti. Andasse a giocare nella nazionale danese. 
Damiano David (gridando): Ma che significa? Che cosa ca**o significa? 

Gianluca Pecchini rivolgendosi a Victoria: Non mi far spiegare i motivi per cui non puoi stare qui. Alzati e basta. Sono le nostre regole. 
Victoria De Angelis: Guardi che sono stata formalmente convocata anche io. 

Gianluca Pecchini rivolgendosi a Victoria: Tu mica giochi, tu mica stai qui per giocare? Tu stai qui - ammiccando - per fare l'accompagnatrice. 
Victoria De Angelis: Ma avete preso anche le misure del completino, la maglietta e il resto. 

Gianluca Pecchini: E il completino te lo indossi in tribuna (roteando la mano). Quando in qua le donne giocano a calcio. 
Victoria De Angelis: Ma questa cosa è veramente fuori contesto. 

Gianluca Pecchini: Anche la mascherina gialla e rosa puoi indossarla in tribuna. E' bella eh? L'abbiamo fatta stampare con il logo contro la violenza sulle donne. 
Måneskin: Ma te sei veramente fuori. Noi ce ne andiamo. 

Gianluca Pecchini: Ah, ve ne andate? Un attimo vi faccio accompagnare subito fuori dall'albergo. Servitùùùù (gridando al personale dell'albergo)! Accompagnate questi signori alla porta. I loro oggetti personali saranno recapitati a casa. 

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Enrico Ruggeri: Ma è successo qualcosa? Ma qui non c'erano i Maneskin? 
Sandro Giacobbe (ridendo): Se ne sono andati perché non volevamo lasciare la danese all'altro tavolo. Enrico Ruggeri:  Ma perché mancano i posti? 

Gianluca Pecchini: Sai bene, le nostre regole sono regole! I maschi con i maschi e le femmine con le femmine! 
Enrico Ruggeri: Ma che cavolo di regole! Mah!  

Gianluca Pecchini: In realtà mi serviva la sedia. 
Enrico Ruggeri: Che palle, però, di nuovo come l'anno scorso! Per rimediare abbiamo fatto stampare la maglietta con il nome Aurora, poi quella che nessuno conosceva manco è passata a prendersela. Sta ancora in albergo. 

Sandro Giacobbe: Vabbeh poi ci penso io. Dico che si è inventata tutto per fare qualche "like". Chi li conosce questi "Maneschìn".
Gianluca Pecchini: Dai Sandro, fai partire gli antipasti.

domenica 24 gennaio 2021

Bari, un nuovo piano urbanistico all'insegna della edilizia ecoefficiente e della mobilità sostenibile

Approvato il 14 ottobre 2011, in Consiglio comunale, il Documento preliminare al Piano Urbanistico che prevede uno sviluppo edilizio sostenibile, scambi intermodali, collegamenti pedonali, parcheggi sotterranei e aree a verde. Per l'assessore all'urbanistica Sannicandro, le aree liberate dai binari verranno riqualificate "all'interno di una rete ecologica e di mobilità sostenibile"

17 ottobre, 2011

Di: Giuseppe Miccoli

Sostenibilità

Dopo 35 anni dal disegno urbanistico di Quaroni (1976), il nuovo Piano urbanistico generale (Pug) di Gianluigi Nigro, l'urbanista che ha redatto il Dpp, è stato approvato in Consiglio comunale. Normativa di riferimento del progetto della città, il Drag (Documento Regionale di Assetto Generale) e l'Atto di Indirizzo della Giunta. Questi i perni fondamentali del Documento Programmatico Preliminare: il servizio di metropolitana leggera, il recupero di aree dismesse, la riqualificazione dei quartieri storici, lo sviluppo dell’Asse Nord-Sud dalla Fiera del Levante fino al tondo di Carbonara e la riqualificazione delle aree liberate dai binari.

“Da un punto di vista quantitativo, per i proprietari delle aree edificabili significherà rinunciare a volumetrie per quasi 4 milioni di metri cubi – ha affermato l’Assessore all’ Urbanistica Elio Sannicandro – ma questa è una soluzione che andrà a tutto vantaggio per la città”.
“La nuova urbanistica, - ha continuato Sannicandro - attraverso l’introduzione di nuovi parametri perequativi, con meccanismi di premialità e compensazioni, prevede che la città e la città privata vengano sviluppate contestualmente; dunque attraverso le risorse dei privati, in cambio delle concessioni edilizie, accanto alla realizzazione di nuove abitazioni oppure con il recupero delle aree dismesse, si dovrà procedere alla realizzazione dei servizi pubblici”.

Concorso di progettazione internazionale denominato "Bari Centrale"
Altro aspetto che si collega al DPP è la riqualificazione delle aree liberate dai binari. Infatti, a seguito della razionalizzazione delle infrastrutture ferroviarie, il fascio dei binari impegnerà solo 50 metri anziché i 130 attuali, e di conseguenza saranno liberate delle aree destinate in futuro a nuovi usi urbani. Il Comune di Bari ha così elaborato dei grafici, allegati al protocollo firmato a Romail 10 ottobre, in cui vengono individuati tali spazi. Questi documenti saranno alla base del concorso di progettazione internazionale denominato "Bari Centrale", che il Comune è pronto a bandire per individuare nuove funzioni e interventi da attuare in quelle aree oggi occupate dai binari.
L'obiettivo del concorso è la redazione di un master plan, e del relativo piano di fattibilità economico-finanziario, che consenta la ricucitura dei quartieri Libertà, Murat e Madonnella, con Picone, Carrassi e San Pasquale.
All'esito del concorso internazionale, di fatto il master plan e il piano di fattibilità costituiranno lo strumento urbanistico attuativo, coerente con i nuovi indirizzi del DPP per il futuro Piano Urbanistico Generale, e in perfetta sintonia con gli obiettivi di mandato del Sindaco.
Il concorso internazionale sarà bandito entro quest'anno.

"Il riassetto del nodo ferroviario – ha dichiarato il sindaco Emiliano - significa ricucire Bari, attualmente tagliata in due dai binari, e ridisegnare il cuore della città, migliorando il trasporto pubblico con gli scambi intermodali, i collegamenti pedonali, e aumentando i servizi, i parcheggi e le aree a verde.

"La città cambierà volto – ha concluso l'assessore Sannicandro - infatti accanto al progetto del nodo ferroviario sta camminando anche il concorso per la riqualificazione della Caserma Rossani, che costituisce un altro spazio fondamentale per la ricucitura di Carrassi col centro urbano. La qualità e l'importanza degli obiettivi del Comune, approfonditi anche attraverso il Piano strategico della Terra di Bari, sono stati talmente forti da riuscire a superare una serie di difficoltà legate al numero di soggetti coinvolti e di interessi in gioco. In tal senso, è stato determinante il ruolo di mediazione svolto dall'assessorato ai Trasporti della Regione Puglia".


lunedì 14 ottobre 2019

Idea! Costruiamo una pista da sci sugli inceneritori


Vietato fumare sull'impianto che incenerisce 400.000 tonnellate di rifiuti l'anno!
L'idea di sciare su un impianto di incenerimento (Amagerbakke) con i camini al posto degli alberi, che brucia i rifiuti di tutta la Danimarca è contemporaneamente volgare, pazzesca, comica e strampalata.
Sono in tanti ad osannare una simile pacchianata da ricconi, ma qui in Italia finora gli Appennini, le Alpi e le Dolomiti vincono bendati, ubriachi a mani basse!
 Ma perché fermarci agli inceneritori? Potremmo costruire luoghi di culto sulle discariche, organizzare gite notturne sulla bocche delle ciminiere delle centrali termoelettriche mentre sparano fiammate, e perché no, mandare gli anziani e i bambini, anziché nei musei, nei parchi chimici mentre producono materiali di lusso!

Sarebbe bello leggere qualche approfondimento tecnico e qualche critica costruttiva, anziché la solita claque mediatica su un investimento milionario. Mi domando: ma è davvero così divertente far passare come "salubre" un'attività sportiva espletata, anziché sulle montagne, in un'area in cui è ubicato un impianto che in Italia viene definito da normativa italiana come impianto insalubre di prima classe (D.m. 5 settembre 1994), climalterante e altamente genotossico.

Lo sa Ghedina, il famoso campione di sci, ingaggiato come testimonial per l'inaugurazione, che l'inceneritore emette anche ossidi di azoto, monossido di carbonio, ammoniaca e carbonio organico totale, (come l'inceneritore di Torino per interderci)?

La tecnologia fa passi da giganti, certo. Purtroppo non è una bacchetta magica! Non tanto da farci dimenticare che l'impianto di Copenaghen è un mega-inceneritore che brucia i rifiuti di tutta la Danimarca e non solo, e che può incenerire fino a 400 mila tonnellate l'anno di rifiuti urbani.

A dire che questa industria è tecnologicamente pulita, finora, sono stati solo i proprietari. Va anche detto che la Danimarca è il paese che in Europa incenerisce la maggior quantità di rifiuti pro capite. Sono 26 gli inceneritori per 6 milioni di persone. Gli unici in Europa.

E' certamente innegabile che i danesi inceneritoristi facciano bene a riqualificare un'area industriale degradata e per decenni vessata da ogni tipo di inquinamento. Da qui, però, a farla passare come un luogo toccasana per i polmoni, in cui effettuare attività di trekking o scuole di sci per bambini, ce ne vuole!

Domande. In Danimarca l'ente preposto a certificare le emissioni nocive è in grado di dichiarare che questo impianto è così sicuro da permettere che vi si svolga un'attività sportiva? Quante sono le tonnellate di CO2 emesse in un anno? Quante sono le tonnellate di rifiuti speciali pericolosi prodotte in un anno e dove vengono stoccate?


FONTI:

http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/APP10007.htm

https://eng.mst.dk/air-noise-waste/

https://eng.mst.dk/air-noise-waste/waste/

https://mst.dk/service/publikationer/publikationsarkiv/2019/sep/affaldsstatistik-2017/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/19/inceneritori-quello-di-copenaghen-non-produce-solo-vapore-acqueo-lo-dice-la-stessa-azienda-emissioni-al-minimo/4776998/

sabato 3 giugno 2017

Medio Oriente, la rivoluzione parte dai capelli (delle donne)


Medio Oriente, la rivoluzione parte dai capelli (delle donne) 
di Giuseppe Miccoli
“Io senza capelli sono una pagina senza quadretti un profumo senza bottiglia una porta chiusa senza la maniglia biglia senza pista un pescatore sprovvisto della sua migliore esca Don Giovanni senza una tresca io senza te uno scettro senza re” cantava un giovanissimo Niccolò Fabi  nel 1997 a Sanremo. Così deve essersi sentita (senza capelli) la bellissima modella Nasin Nahali, moglie del calciatore Mohsen Forouzan, portiere della nazionale dell'Iran e del Khouneh-be-Khounehed, costretta per una vita a dover indossare in pubblico l'hijab, il velo che copre parzialmente la testa delle donne. Ma un desiderio di vanità o qualcosa di più profondo deve essere scattato nei coniugi tanto da mettersi in pericolo.


Qualche anno prima, il precedente portiere della nazionale Sosha Makani, era stato arrestato il 4 gennaio 2015 per alcune immagini postate su instagram, che lo ritraevano abbracciato a due ragazze senza il velo. Così come riportato dai media italiani, “avrebbe violato l'articolo 17 della legge iraniana sui crimini informatici rischiando dai 90 giorni ai due anni di prigione. Il resto della storia s’è lè vista il suo avvocato, sostenendo che i profili social di Makani sono stati hackerati e che quindi lui non era responsabile dell'azione illegale.

Nonostante il noto precedente, qualcosa ha spinto i due coniugi, ad andare oltre la legge islamica e a postare su instagram una casta fotografia dei due attorno un mazzo di fiori. Sarà stata la fotografia del marito, che campeggia sulla propria pagina di Instagram, seguito da circa 261.000 follower, mentre si tocca la sua impeccabile chioma? O la voglia di vivere in un modo senza costrizioni o la semplice vanità?  
L’islamica commissione morale della Federcalcio iraniana non si è fatta attendere, però ha sanzionato soltanto lui, in modo molto sottile e subdolo. Anche se non è partito l'ordine di arresto, tuttavia il noto calciatore si è è beccato una squalifica: Mohsen Forouzan, è stato sospeso per tre mesi da qualsiasi attività sportiva a causa della "depravazione" della moglie Nasin Nahali, la quale è comparsa sul web "senza osservare codici e moralità islamici", e il cui comportamento "avrebbe danneggiato l'immagine del calcio e della Federcalcio iraniana". Il messaggio dal potente rigurgito maschilista è nascosto, ma è molto chiaro: il marito ha sbagliato a non tenere a bada la “depravazione” della moglie.
Il calciatore ha annunciato che farà appello contro la decisione e ha ringraziato tutti coloro che in queste ore gli stanno dimostrando affetto e vicinanza ma la fotografia incriminata dei due coniugi è scomparsa dal profilo Instagram del calciatore.

Perchè i capelli fanno paura? Sono il simbolo di una perdita di controllo di potere? Dal punto di vista mediatico il messaggio che noi percepiamo e che arriva alle altre civiltà diverse da quelle musulmane è chiaro: togliere il velo è un potentissimo atto di disobbedienza alla schiavitù e alla sottomissione del potere religioso/maschile.
I capelli senza il velo sono il simbolo della disobbedienza. I capelli liberi, lunghi o raccolti con delle trecce, sono il simbolo della resistenza, dell'esercito femminile, delle donne curde siriane, donne arruolate che combattono contro il terrore fondamentalista islamico. Non è l'unico esercito femminile in area nord siriana: oltre all'esercito Ypg, organizzazione creata per garantire l’autonomia del Kurdistan siriano sia di fronte al regime di Assad che ai tagliagole del Daesh (Isis per noi italiani) ci sono ache le guerriere peshmerga, truppe formate da sole donne e che sono agli ordini dell’esercito. L'elemento comune che le contraddistingue solo i capelli, i loro sorrisi e la voglia di vivere libere senza costrizioni.



venerdì 8 aprile 2016

Referendum, storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)

Referendum, storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)
Usate per trent’anni, due delle tre piattaforme stanno ora sprofondando. Tuttavia sono considerate sulla carta “potenzialmente produttive” ma in realtà sono dismesse. Il referendum del 17 aprile (votando SI) può salvare le piattaforme dall'abbandono in mare e costringere le società allo smaltimento
08 aprile, 2016 ultima modifica 08 aprile, 2016
In mare, all’altezza del Delta del Po (Chioggia, Ravenna) ci sono tre piattaforme sorelle dal nome gentile ADA2, ADA3, ADA4, esse non sono più in funzione e la loro storia, oggi, si intreccia con quella del referendum del 17 aprile 2016.  Queste piattaforme sono gemelle, hanno 34 anni di età (classe 1982) e hanno sempre estratto gas nel corso della loro vita. Il loro corpo è di tipo “monotubolare”, dall’aspetto molto esile e contenuto (solo 8x8 metri). Non sono affatto elefantiache e mastodontiche come le loro amiche “reticolari a 4 gambe”. 
Referendum,  storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)Esse rientrano, come le altre 92, nell’elenco delle “Piattaforme marine e strutture assimilabili”, stilato e aggiornato dal Ministero dello Sviluppo Economico. Le tre sorelle si trovano entro il limite delle 12 miglia dalla costa e dalle aree protette (a circa 20 km dalla costa). Da un punto di vista storico amministrativo, sono sempre state sotto la competenza dell’ufficio territoriale ministeriale diBologna e sotto la supervisione della Capitaneria di porto di Ravenna. Di loro si è sempre occupata la loro società "madre", l’ENI, per concessione dello Stato pari a trenta anni (Concessione di coltivazione A.C 9.AG). La concessione è stata poi prorogata nuovamente dallo Stato (presentata, in data 16 ottobre 2008, istanza di proroga pubblicata sul BUIG Anno LII - N. 11) ma sono comunque tutt’ora in fase non produttiva perché hanno un problema: stanno sprofondando ( vedi subsidenza).
Il pozzo ADA 003 è chiuso minerariamente ed è in attesa di smantellamento (decommisioning). Gli altri due ADA 002 e ADA004 sono considerati pozzi potenzialmente produttivi ma non eroganti in quanto ricadenti in un area soggetta ad rischio e occorre fare degli accertamenti (non sussistenza di rischi apprezzabili di subsidenza sulle coste,  articolo 8 comma 1 della Legge 6 agosto 2008, n. 133).
Si sta verificando un lento e progressivo sprofondamento del fondo marino indotto dall’estrazione del gas. Il fenomeno è ovviamente fisico: diminuendo la pressione dei fluidi interstiziali residui, si ha quindi un assestamento del terreno. E’ vero che ad ogni metro cubo di gas estratto, l’ENI avrebbe dovuto iniettare un metro cubo di acqua marina, ma qualcosa non ha funzionato. E comunque il fenomeno della subsidenza nel Delta del Po si conosce già dagli anni 60, tanto che ne aveva trattato in una relazione il Consorzio di Bonifica Delta Po Adige: dall'inizio degli anni '50 a metà degli anni '70 il territorio si è abbassato mediamente di oltre 2 metri, con punte di 3,5 metri. L’effetto sulle coste fu devastante in quegli anni. Lo Stato dovette ricostruire gli argini dei fiumi (480 km) e gli argini a mare (80 km), per evitare infiltrazioni e alluvioni. Ci furono morti e centinaia di migliaia di sfollati (Polesine). Il Delta e gli altri territori del comprensorio del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige ancora oggi vengono mantenuti asciutti da 38 idrovore e 117 pompe, con una capacità di sollevamento di 200mila litri al secondo ( spesa di 1 milione e 600 mila euro l’anno di energia elettrica). Ma questa è un’altra storia.
Referendum,  storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)Oggi il destino della piattaforme ADA è legato al referendum del 17 aprile 2016. Rimanere per sempre in mare oppure rientrare sulla terraferma grazie ad una opera di dismissione da parte di ENI. La concessione delle piattaforme ADA era nuovamente in scadenza ma il loro destino è cambiato grazie ad una legge del Governo (dicembre 2015): le piattaforme non sono più soggette al rinnovo della concessione da parte dello Stato, la concessione è concessa a vita, per esattezza fino alla vita utile del giacimento.
Le piattaforme ADA, come le 46 AMELIA (e altre ancora) non essendo più convenienti da un punto di vista estrattivo, rischiano di rimanere a vita in mare in quanto saranno sempre dichiarate sulla carta potenzialmente produttive, ma nella realtà rischiano di essere abbandonate dalle loro società “madri”, perché considerate non più convenienti per fattori come quello della sudsidenza.
In foto: tre piattaforme tubolari in disuso (Benedetta1, Giulia1 e Ombrina mare 2,  rispettivamente al largo delle coste dell'Emilia, Marche e Abruzzo)
http://www.ecodallecitta.it/notizie/385169/referendum--storia-drammatica-delle-piattaforme-gemelle-ada-non-piu-in-uso/

giovedì 7 aprile 2016

Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale

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Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale
Grazie ad una legge del Governo approvata nel dicembre 2015, le piattaforme del petrolio e del gas potranno sfruttare le risorse naturali non più per trent’anni ma “per tutta la vita utile del giacimento”. Il referendum del 17 aprile 2016 ha lo scopo di fermare il singolare privilegio concesso dal Governo italiano ai petrolieri
01 aprile, 2016
Il nocciolo del problema è nell'espressione “per la durata di vita utile del giacimento”. Gli italiani votando "SI" al referendum del 17 aprile 2016 possono abrogare il “singolare” privilegio concesso dallo Stato Italiano alle aziende petrolifere e del gas. Infatti è la prima volta che uno Stato concede a delle società private lo sfruttamento delle proprie risorse naturali (e dunque di un bene pubblico) senza specificare un termine temporale. Questa norma è inoltre un pericoloso precedente che potrebbe essere esteso anche ad altre risorse dello Stato.  
 A sottolineare l’importanza di questo aspetto è stata Rossella Muroni, presidente di Legambiente: “E’ importante ricordare – ha dichiarato Muroni – che mettere  una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo stato, non è una fissazione delle associazioni ambientaliste o dei comitati, ma è una regola comunitaria. Non si capisce perché in questo caso, le compagnie petrolifere debbano godere di una normativa davvero speciale, che non vale per nessun altra concessione”.
 Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale Il referendum vuole dunque fermare l’ennesimo “incentivo” dato alle aziende del gas e del petrolio da parte del Governo. Infatti le piattaforme “off shore”sia dal punto di vista delle procedure amministrative e sul piano economico godono già di una posizione di favore rispetto alle concorrenti europee, in particolare inglesi e tedesche. Ad esempio le piattaforme italiane non devono produrre alcuna garanzie assicurative in caso di incidenti (come si fa nel Regno Unito, primo paese europeo per concessioni off shore). Né tantomeno sottostare alla normativa stringente della legge Seveso “Rischio di incidente rilevante” (grazie alla legge articolo 1 n. 238/2005) nonostante siano già accaduti incidenti importanti. Escludendo le piattaforme “off shore” dalla categoria di impianti a rischio di incidente rilevante e dunque non rientrando nell’Inventario Nazionale come invece gli stabilimenti chimici o petrolchimici  – spiega Greenpeace – “non hanno l'onere di dimostrare quali accorgimenti sono in grado di adottare per scongiurare, contenere o mitigare gli sversamenti di ingenti quantità di idrocarburi in mare”. E ciò nonostante la Commissione europea abbia pubblicato, relativamente alle attività “offshore” di estrazione di petrolio e gas, un documento che analizza come potrebbe essere strutturato e come potrebbe operare un sistema di responsabilità, dal punto di vista della prevenzione e del risarcimento, nel caso di inquinamento marino, visti i danni ambientali secondo l’ex commissario Ue dell’Ambiente Potocnik fino a 900 milioni di euro l’anno.
 Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale Anche dal punto di vista dei tributi l’Italia è considerata quasi un paradiso fiscale. Se lo Stato Italiano non “svende” le proprie risorse naturali, poco ci manca: si paga una “aliquota di prodotto” annuale (royalty) tra le più basse al mondo (il 7% per il petrolio contro ad esempio il 37% della Germania, che è già in media una delle più basse). In più c’è unafranchigia, come spiega Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente: la normativa italiana «prevede per il petrolio che le prime 20mila tonnellate estratte in terraferma e le prime 50mila tonnellate estratte in mare siano esenti dal pagamento di aliquote. Stesso discorso vale per i primi 25milioni di Smc di gas estratti in terra e i primi 80milioni estratti in mare. Addirittura gratis le produzioni in regime di permesso di ricerca». Insomma una vera pacchia.
Una vittoria del "Sì" al referendum eliminerebbe la concessione senza scadenze temporali, così come era prima del dicembre 2015, e di fatto pertanto l'attività petrolifera in corso entro le 12 miglia, si esaurirebbe secondo le scadenze già stabilite, e cioè con una durata di 30 anni più eventuali proroghe (e cioè fino a 50 anni totali).  E ciò era noto a ogni società petrolifera (e ai suoi dipendenti) fin dal momento del rilascio della concessione. Questo punto infatti – spiega Greenpeace - è stato chiarito dalla stessa Corte Costituzionale che, nella sentenza di ammissibilità del quesito referendario (sentenza n.17/2016), ha precisato che l'effetto di una eventuale vittoria del “Sì” sarà quello di impedire "deroghe ulteriori quanto alla durata dei titoli abilitativi già rilasciati (e cioè oltre i 50 anni totali, ndr)".
 La questione del costo smantellamento delle installazioni offshore. Grazie a questa legge le aziende del gas e del petrolio non devono più preoccuparsi del costo dello smaltimento delle piattaforme off shore. Infatti avendo la possibilità di gestire la vita utile del giacimento, le società del petrolio e del gas sono le uniche titolate a determinare la dismissione di una piattaforma. E ciò non dipende esclusivamente dalla coltivazione del petrolio ma dall'efficacia dei titoli abilitativi e poiché tra questi rientrano anche le attività di ricerca, la dismissione di un impianto potrebbe procrastinarsi nel tempo oltre ogni ragionevole interesse economico.


NOTE TECNICHE:

Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, "Norme in materia ambientale", come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 "Disposizioni per 2 la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)", limitatamente alle seguenti parole: "per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale"?».
Articolo 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 -  “Testo In vigore”PRE REFERENDUM
17. Ai fini di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, all'interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9.
Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l'intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l'efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell'ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l'aliquota di prodotto di cui all'articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l'olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell'incremento dell'aliquota ad apposito capitolo dell'entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione, rispettivamente, del Ministero dello sviluppo economico, per lo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare, e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio, ivi compresi gli adempimenti connessi alle valutazioni ambientali in ambito costiero e marino, anche mediante l’impiego dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), delle Agenzie regionali per l’ambiente e delle strutture tecniche dei corpi dello Stato preposti alla vigilanza ambientale, e di contrasto dell’inquinamento marino.
(comma così sostituito dall'art. 35, comma 1, legge n. 134 del 2012, poi modificato dall'art. 1, comma 239, legge n. 208 del 2015 e dall'art. 2, comma 1, legge n. 221 del 2015)

FONTI:
- COMUNICATO STAMPA LEGAMBIENTE DEL 16 MARZO 2016 - REFERENDUM
- MAPPA PIATTAFORME E RICERCA LEGAMBIENTE
- COMUNICATO STAMPA UE DEL 16 MARZO 2016 - Smaltimento sostenibile delle piattaforme petrolifere offshore
- Art. 19 (Armonizzazione della disciplina sulle aliquote di prodotto della coltivazione) Decreto Legislativo 25 novembre 1996, n. 625 "Attuazione della direttiva 94/22/CEE relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi"
- FAQ REFERENDUM GREENPEACE
- INVENTARIO NAZIONALE DEGLI STABILIMENTI A RISCHIO DI INCIDENTE RILEVANTE
- Rapporto UE. Danni e Assicurazione civile. Civil Liability and Financial Security for Offshore Oil and Gas Activities
- Libro Economia dell'ambiente di Tom Tietenberg, Edizione McGraw-Hill, Milano, 2006 a cura di Maria Concetta Chiuri, Alessio D'Amato.