lunedì 14 ottobre 2019

Idea! Costruiamo una pista da sci sugli inceneritori


Vietato fumare sull'impianto che incenerisce 400.000 tonnellate di rifiuti l'anno!
L'idea di sciare su un impianto di incenerimento (Amagerbakke) con i camini al posto degli alberi, che brucia i rifiuti di tutta la Danimarca è contemporaneamente volgare, pazzesca, comica e strampalata.
Sono in tanti ad osannare una simile pacchianata da ricconi, ma qui in Italia finora gli Appennini, le Alpi e le Dolomiti vincono bendati, ubriachi a mani basse!
 Ma perché fermarci agli inceneritori? Potremmo costruire luoghi di culto sulle discariche, organizzare gite notturne sulla bocche delle ciminiere delle centrali termoelettriche mentre sparano fiammate, e perché no, mandare gli anziani e i bambini, anziché nei musei, nei parchi chimici mentre producono materiali di lusso!

Sarebbe bello leggere qualche approfondimento tecnico e qualche critica costruttiva, anziché la solita claque mediatica su un investimento milionario. Mi domando: ma è davvero così divertente far passare come "salubre" un'attività sportiva espletata, anziché sulle montagne, in un'area in cui è ubicato un impianto che in Italia viene definito da normativa italiana come impianto insalubre di prima classe (D.m. 5 settembre 1994), climalterante e altamente genotossico.

Lo sa Ghedina, il famoso campione di sci, ingaggiato come testimonial per l'inaugurazione, che l'inceneritore emette anche ossidi di azoto, monossido di carbonio, ammoniaca e carbonio organico totale, (come l'inceneritore di Torino per interderci)?

La tecnologia fa passi da giganti, certo. Purtroppo non è una bacchetta magica! Non tanto da farci dimenticare che l'impianto di Copenaghen è un mega-inceneritore che brucia i rifiuti di tutta la Danimarca e non solo, e che può incenerire fino a 400 mila tonnellate l'anno di rifiuti urbani.

A dire che questa industria è tecnologicamente pulita, finora, sono stati solo i proprietari. Va anche detto che la Danimarca è il paese che in Europa incenerisce la maggior quantità di rifiuti pro capite. Sono 26 gli inceneritori per 6 milioni di persone. Gli unici in Europa.

E' certamente innegabile che i danesi inceneritoristi facciano bene a riqualificare un'area industriale degradata e per decenni vessata da ogni tipo di inquinamento. Da qui, però, a farla passare come un luogo toccasana per i polmoni, in cui effettuare attività di trekking o scuole di sci per bambini, ce ne vuole!

Domande. In Danimarca l'ente preposto a certificare le emissioni nocive è in grado di dichiarare che questo impianto è così sicuro da permettere che vi si svolga un'attività sportiva? Quante sono le tonnellate di CO2 emesse in un anno? Quante sono le tonnellate di rifiuti speciali pericolosi prodotte in un anno e dove vengono stoccate?


FONTI:

http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/APP10007.htm

https://eng.mst.dk/air-noise-waste/

https://eng.mst.dk/air-noise-waste/waste/

https://mst.dk/service/publikationer/publikationsarkiv/2019/sep/affaldsstatistik-2017/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/19/inceneritori-quello-di-copenaghen-non-produce-solo-vapore-acqueo-lo-dice-la-stessa-azienda-emissioni-al-minimo/4776998/

sabato 3 giugno 2017

Medio Oriente, la rivoluzione parte dai capelli (delle donne)


Medio Oriente, la rivoluzione parte dai capelli (delle donne) 
di Giuseppe Miccoli
“Io senza capelli sono una pagina senza quadretti un profumo senza bottiglia una porta chiusa senza la maniglia biglia senza pista un pescatore sprovvisto della sua migliore esca Don Giovanni senza una tresca io senza te uno scettro senza re” cantava un giovanissimo Niccolò Fabi  nel 1997 a Sanremo. Così deve essersi sentita (senza capelli) la bellissima modella Nasin Nahali, moglie del calciatore Mohsen Forouzan, portiere della nazionale dell'Iran e del Khouneh-be-Khounehed, costretta per una vita a dover indossare in pubblico l'hijab, il velo che copre parzialmente la testa delle donne. Ma un desiderio di vanità o qualcosa di più profondo deve essere scattato nei coniugi tanto da mettersi in pericolo.


Qualche anno prima, il precedente portiere della nazionale Sosha Makani, era stato arrestato il 4 gennaio 2015 per alcune immagini postate su instagram, che lo ritraevano abbracciato a due ragazze senza il velo. Così come riportato dai media italiani, “avrebbe violato l'articolo 17 della legge iraniana sui crimini informatici rischiando dai 90 giorni ai due anni di prigione. Il resto della storia s’è lè vista il suo avvocato, sostenendo che i profili social di Makani sono stati hackerati e che quindi lui non era responsabile dell'azione illegale.

Nonostante il noto precedente, qualcosa ha spinto i due coniugi, ad andare oltre la legge islamica e a postare su instagram una casta fotografia dei due attorno un mazzo di fiori. Sarà stata la fotografia del marito, che campeggia sulla propria pagina di Instagram, seguito da circa 261.000 follower, mentre si tocca la sua impeccabile chioma? O la voglia di vivere in un modo senza costrizioni o la semplice vanità?  
L’islamica commissione morale della Federcalcio iraniana non si è fatta attendere, però ha sanzionato soltanto lui, in modo molto sottile e subdolo. Anche se non è partito l'ordine di arresto, tuttavia il noto calciatore si è è beccato una squalifica: Mohsen Forouzan, è stato sospeso per tre mesi da qualsiasi attività sportiva a causa della "depravazione" della moglie Nasin Nahali, la quale è comparsa sul web "senza osservare codici e moralità islamici", e il cui comportamento "avrebbe danneggiato l'immagine del calcio e della Federcalcio iraniana". Il messaggio dal potente rigurgito maschilista è nascosto, ma è molto chiaro: il marito ha sbagliato a non tenere a bada la “depravazione” della moglie.
Il calciatore ha annunciato che farà appello contro la decisione e ha ringraziato tutti coloro che in queste ore gli stanno dimostrando affetto e vicinanza ma la fotografia incriminata dei due coniugi è scomparsa dal profilo Instagram del calciatore.

Perchè i capelli fanno paura? Sono il simbolo di una perdita di controllo di potere? Dal punto di vista mediatico il messaggio che noi percepiamo e che arriva alle altre civiltà diverse da quelle musulmane è chiaro: togliere il velo è un potentissimo atto di disobbedienza alla schiavitù e alla sottomissione del potere religioso/maschile.
I capelli senza il velo sono il simbolo della disobbedienza. I capelli liberi, lunghi o raccolti con delle trecce, sono il simbolo della resistenza, dell'esercito femminile, delle donne curde siriane, donne arruolate che combattono contro il terrore fondamentalista islamico. Non è l'unico esercito femminile in area nord siriana: oltre all'esercito Ypg, organizzazione creata per garantire l’autonomia del Kurdistan siriano sia di fronte al regime di Assad che ai tagliagole del Daesh (Isis per noi italiani) ci sono ache le guerriere peshmerga, truppe formate da sole donne e che sono agli ordini dell’esercito. L'elemento comune che le contraddistingue solo i capelli, i loro sorrisi e la voglia di vivere libere senza costrizioni.



venerdì 8 aprile 2016

Referendum, storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)

Referendum, storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)
Usate per trent’anni, due delle tre piattaforme stanno ora sprofondando. Tuttavia sono considerate sulla carta “potenzialmente produttive” ma in realtà sono dismesse. Il referendum del 17 aprile (votando SI) può salvare le piattaforme dall'abbandono in mare e costringere le società allo smaltimento
08 aprile, 2016 ultima modifica 08 aprile, 2016
In mare, all’altezza del Delta del Po (Chioggia, Ravenna) ci sono tre piattaforme sorelle dal nome gentile ADA2, ADA3, ADA4, esse non sono più in funzione e la loro storia, oggi, si intreccia con quella del referendum del 17 aprile 2016.  Queste piattaforme sono gemelle, hanno 34 anni di età (classe 1982) e hanno sempre estratto gas nel corso della loro vita. Il loro corpo è di tipo “monotubolare”, dall’aspetto molto esile e contenuto (solo 8x8 metri). Non sono affatto elefantiache e mastodontiche come le loro amiche “reticolari a 4 gambe”. 
Referendum,  storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)Esse rientrano, come le altre 92, nell’elenco delle “Piattaforme marine e strutture assimilabili”, stilato e aggiornato dal Ministero dello Sviluppo Economico. Le tre sorelle si trovano entro il limite delle 12 miglia dalla costa e dalle aree protette (a circa 20 km dalla costa). Da un punto di vista storico amministrativo, sono sempre state sotto la competenza dell’ufficio territoriale ministeriale diBologna e sotto la supervisione della Capitaneria di porto di Ravenna. Di loro si è sempre occupata la loro società "madre", l’ENI, per concessione dello Stato pari a trenta anni (Concessione di coltivazione A.C 9.AG). La concessione è stata poi prorogata nuovamente dallo Stato (presentata, in data 16 ottobre 2008, istanza di proroga pubblicata sul BUIG Anno LII - N. 11) ma sono comunque tutt’ora in fase non produttiva perché hanno un problema: stanno sprofondando ( vedi subsidenza).
Il pozzo ADA 003 è chiuso minerariamente ed è in attesa di smantellamento (decommisioning). Gli altri due ADA 002 e ADA004 sono considerati pozzi potenzialmente produttivi ma non eroganti in quanto ricadenti in un area soggetta ad rischio e occorre fare degli accertamenti (non sussistenza di rischi apprezzabili di subsidenza sulle coste,  articolo 8 comma 1 della Legge 6 agosto 2008, n. 133).
Si sta verificando un lento e progressivo sprofondamento del fondo marino indotto dall’estrazione del gas. Il fenomeno è ovviamente fisico: diminuendo la pressione dei fluidi interstiziali residui, si ha quindi un assestamento del terreno. E’ vero che ad ogni metro cubo di gas estratto, l’ENI avrebbe dovuto iniettare un metro cubo di acqua marina, ma qualcosa non ha funzionato. E comunque il fenomeno della subsidenza nel Delta del Po si conosce già dagli anni 60, tanto che ne aveva trattato in una relazione il Consorzio di Bonifica Delta Po Adige: dall'inizio degli anni '50 a metà degli anni '70 il territorio si è abbassato mediamente di oltre 2 metri, con punte di 3,5 metri. L’effetto sulle coste fu devastante in quegli anni. Lo Stato dovette ricostruire gli argini dei fiumi (480 km) e gli argini a mare (80 km), per evitare infiltrazioni e alluvioni. Ci furono morti e centinaia di migliaia di sfollati (Polesine). Il Delta e gli altri territori del comprensorio del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige ancora oggi vengono mantenuti asciutti da 38 idrovore e 117 pompe, con una capacità di sollevamento di 200mila litri al secondo ( spesa di 1 milione e 600 mila euro l’anno di energia elettrica). Ma questa è un’altra storia.
Referendum,  storia drammatica delle piattaforme gemelle “ADA” (non più in uso)Oggi il destino della piattaforme ADA è legato al referendum del 17 aprile 2016. Rimanere per sempre in mare oppure rientrare sulla terraferma grazie ad una opera di dismissione da parte di ENI. La concessione delle piattaforme ADA era nuovamente in scadenza ma il loro destino è cambiato grazie ad una legge del Governo (dicembre 2015): le piattaforme non sono più soggette al rinnovo della concessione da parte dello Stato, la concessione è concessa a vita, per esattezza fino alla vita utile del giacimento.
Le piattaforme ADA, come le 46 AMELIA (e altre ancora) non essendo più convenienti da un punto di vista estrattivo, rischiano di rimanere a vita in mare in quanto saranno sempre dichiarate sulla carta potenzialmente produttive, ma nella realtà rischiano di essere abbandonate dalle loro società “madri”, perché considerate non più convenienti per fattori come quello della sudsidenza.
In foto: tre piattaforme tubolari in disuso (Benedetta1, Giulia1 e Ombrina mare 2,  rispettivamente al largo delle coste dell'Emilia, Marche e Abruzzo)
http://www.ecodallecitta.it/notizie/385169/referendum--storia-drammatica-delle-piattaforme-gemelle-ada-non-piu-in-uso/

giovedì 7 aprile 2016

Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale

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Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale
Grazie ad una legge del Governo approvata nel dicembre 2015, le piattaforme del petrolio e del gas potranno sfruttare le risorse naturali non più per trent’anni ma “per tutta la vita utile del giacimento”. Il referendum del 17 aprile 2016 ha lo scopo di fermare il singolare privilegio concesso dal Governo italiano ai petrolieri
01 aprile, 2016
Il nocciolo del problema è nell'espressione “per la durata di vita utile del giacimento”. Gli italiani votando "SI" al referendum del 17 aprile 2016 possono abrogare il “singolare” privilegio concesso dallo Stato Italiano alle aziende petrolifere e del gas. Infatti è la prima volta che uno Stato concede a delle società private lo sfruttamento delle proprie risorse naturali (e dunque di un bene pubblico) senza specificare un termine temporale. Questa norma è inoltre un pericoloso precedente che potrebbe essere esteso anche ad altre risorse dello Stato.  
 A sottolineare l’importanza di questo aspetto è stata Rossella Muroni, presidente di Legambiente: “E’ importante ricordare – ha dichiarato Muroni – che mettere  una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo stato, non è una fissazione delle associazioni ambientaliste o dei comitati, ma è una regola comunitaria. Non si capisce perché in questo caso, le compagnie petrolifere debbano godere di una normativa davvero speciale, che non vale per nessun altra concessione”.
 Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale Il referendum vuole dunque fermare l’ennesimo “incentivo” dato alle aziende del gas e del petrolio da parte del Governo. Infatti le piattaforme “off shore”sia dal punto di vista delle procedure amministrative e sul piano economico godono già di una posizione di favore rispetto alle concorrenti europee, in particolare inglesi e tedesche. Ad esempio le piattaforme italiane non devono produrre alcuna garanzie assicurative in caso di incidenti (come si fa nel Regno Unito, primo paese europeo per concessioni off shore). Né tantomeno sottostare alla normativa stringente della legge Seveso “Rischio di incidente rilevante” (grazie alla legge articolo 1 n. 238/2005) nonostante siano già accaduti incidenti importanti. Escludendo le piattaforme “off shore” dalla categoria di impianti a rischio di incidente rilevante e dunque non rientrando nell’Inventario Nazionale come invece gli stabilimenti chimici o petrolchimici  – spiega Greenpeace – “non hanno l'onere di dimostrare quali accorgimenti sono in grado di adottare per scongiurare, contenere o mitigare gli sversamenti di ingenti quantità di idrocarburi in mare”. E ciò nonostante la Commissione europea abbia pubblicato, relativamente alle attività “offshore” di estrazione di petrolio e gas, un documento che analizza come potrebbe essere strutturato e come potrebbe operare un sistema di responsabilità, dal punto di vista della prevenzione e del risarcimento, nel caso di inquinamento marino, visti i danni ambientali secondo l’ex commissario Ue dell’Ambiente Potocnik fino a 900 milioni di euro l’anno.
 Referendum, sfruttamento risorse energetiche. Si passa da 30 anni a nessuna scadenza temporale Anche dal punto di vista dei tributi l’Italia è considerata quasi un paradiso fiscale. Se lo Stato Italiano non “svende” le proprie risorse naturali, poco ci manca: si paga una “aliquota di prodotto” annuale (royalty) tra le più basse al mondo (il 7% per il petrolio contro ad esempio il 37% della Germania, che è già in media una delle più basse). In più c’è unafranchigia, come spiega Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente: la normativa italiana «prevede per il petrolio che le prime 20mila tonnellate estratte in terraferma e le prime 50mila tonnellate estratte in mare siano esenti dal pagamento di aliquote. Stesso discorso vale per i primi 25milioni di Smc di gas estratti in terra e i primi 80milioni estratti in mare. Addirittura gratis le produzioni in regime di permesso di ricerca». Insomma una vera pacchia.
Una vittoria del "Sì" al referendum eliminerebbe la concessione senza scadenze temporali, così come era prima del dicembre 2015, e di fatto pertanto l'attività petrolifera in corso entro le 12 miglia, si esaurirebbe secondo le scadenze già stabilite, e cioè con una durata di 30 anni più eventuali proroghe (e cioè fino a 50 anni totali).  E ciò era noto a ogni società petrolifera (e ai suoi dipendenti) fin dal momento del rilascio della concessione. Questo punto infatti – spiega Greenpeace - è stato chiarito dalla stessa Corte Costituzionale che, nella sentenza di ammissibilità del quesito referendario (sentenza n.17/2016), ha precisato che l'effetto di una eventuale vittoria del “Sì” sarà quello di impedire "deroghe ulteriori quanto alla durata dei titoli abilitativi già rilasciati (e cioè oltre i 50 anni totali, ndr)".
 La questione del costo smantellamento delle installazioni offshore. Grazie a questa legge le aziende del gas e del petrolio non devono più preoccuparsi del costo dello smaltimento delle piattaforme off shore. Infatti avendo la possibilità di gestire la vita utile del giacimento, le società del petrolio e del gas sono le uniche titolate a determinare la dismissione di una piattaforma. E ciò non dipende esclusivamente dalla coltivazione del petrolio ma dall'efficacia dei titoli abilitativi e poiché tra questi rientrano anche le attività di ricerca, la dismissione di un impianto potrebbe procrastinarsi nel tempo oltre ogni ragionevole interesse economico.


NOTE TECNICHE:

Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, "Norme in materia ambientale", come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 "Disposizioni per 2 la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)", limitatamente alle seguenti parole: "per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale"?».
Articolo 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 -  “Testo In vigore”PRE REFERENDUM
17. Ai fini di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, all'interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9.
Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l'intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l'efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell'ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l'aliquota di prodotto di cui all'articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l'olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell'incremento dell'aliquota ad apposito capitolo dell'entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione, rispettivamente, del Ministero dello sviluppo economico, per lo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare, e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio, ivi compresi gli adempimenti connessi alle valutazioni ambientali in ambito costiero e marino, anche mediante l’impiego dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), delle Agenzie regionali per l’ambiente e delle strutture tecniche dei corpi dello Stato preposti alla vigilanza ambientale, e di contrasto dell’inquinamento marino.
(comma così sostituito dall'art. 35, comma 1, legge n. 134 del 2012, poi modificato dall'art. 1, comma 239, legge n. 208 del 2015 e dall'art. 2, comma 1, legge n. 221 del 2015)

FONTI:
- COMUNICATO STAMPA LEGAMBIENTE DEL 16 MARZO 2016 - REFERENDUM
- MAPPA PIATTAFORME E RICERCA LEGAMBIENTE
- COMUNICATO STAMPA UE DEL 16 MARZO 2016 - Smaltimento sostenibile delle piattaforme petrolifere offshore
- Art. 19 (Armonizzazione della disciplina sulle aliquote di prodotto della coltivazione) Decreto Legislativo 25 novembre 1996, n. 625 "Attuazione della direttiva 94/22/CEE relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi"
- FAQ REFERENDUM GREENPEACE
- INVENTARIO NAZIONALE DEGLI STABILIMENTI A RISCHIO DI INCIDENTE RILEVANTE
- Rapporto UE. Danni e Assicurazione civile. Civil Liability and Financial Security for Offshore Oil and Gas Activities
- Libro Economia dell'ambiente di Tom Tietenberg, Edizione McGraw-Hill, Milano, 2006 a cura di Maria Concetta Chiuri, Alessio D'Amato.

venerdì 22 maggio 2015

Bari, Mare senza Plastica. Gli esperti: 'I rifiuti spiaggiati lungo le coste pugliesi sono soprattutto di plastica' | ECO dalle CITTA' | Notiziario per l'ambiente urbano

Bari, Mare senza Plastica. Gli esperti: 'I rifiuti spiaggiati lungo le coste pugliesi sono soprattutto di plastica' | ECO dalle CITTA' | Notiziario per l'ambiente urbano



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Bari, Mare senza Plastica. Gli esperti: "I rifiuti spiaggiati lungo le coste pugliesi sono soprattutto di plastica"
Il 13 maggio secondo incontro presso la scuola ITC Romanazzi di Bari. Dopo le giornate informative, nei giorni 14 maggio e 30 settembre, sono previsti due incontri dedicati alla raccolta dei rifiuti spiaggiati lungo i litorali baresi
13 maggio, 2015
Lunedì 11 maggio 2015 presso la Scuola secondaria di 1° grado “Carducci” di Bari si è tenuta la prima giornata di sensibilizzazione sull'inquinamento da microplastiche del mar Mediterraneo, promossa dall'associazione  AmbientePuglia di Bari. Oltre 70 ragazzi della scuola hanno partecipato con interesse al seminario che ha messo sotto la lente di ingrandimento l’inquinamento dell’ecosistema marino causato dalla presenza nel mare di quantità consistenti di microplastiche. Al seminario hanno preso parte Nicola Ungaro, Dirigente Ambientale Biologia Mare e Coste dell’U.O.C. Ambienti Naturali dell’ARPA Puglia, Nicola Zizzo, Università degli Studi di Bari, Patologia Generale Veterinaria, Dipartimento di Medicina Veterinaria, Nicolò Carnimeo, docente di Diritto della navigazione e dei trasporti e autore del libro “Come è profondo il mare "ed. Chiarelettere
Dopo i saluti di Ambiente Puglia, Nicola Ungaro ha sottolineato uno dei principi fondamentali enunciati dalla direttiva comunitaria sulla Strategia Marina. “L’ambiente marino – ha spiegato Ungaro - costituisce un patrimonio prezioso che deve essere protetto e salvaguardato. E’ con tale finalità che sono state organizzate dall’Arpa Puglia, nel periodo dicembre 2013-aprile 2014 - le campagne di monitoraggio sui rifiuti spiaggiati, ovvero quei materiali prodotti dall’uomo che arrivano per varie ragioni sulla spiaggia e che a differenza della presenza dei detriti (rami, arbusti, etc. etc. ) non hanno nulla di naturale”.  La campagna di monitoraggio dell’Arpa Puglia ha interessato dieci spiagge pugliesi, alcune di alto pregio turistico, altre tipicamente urbane o situate nei pressi di alcuni porti. “In quasi tutte le spiagge – ha concluso Ungaro - si è riscontrata lapresenza di rifiuti plastici, reti o pezzi di rete, cordame, funi o taniche di benzina o boe provenienti da attività ittiche. Tra i rifiuti più presenti, i tappi di bottiglia, ma anche sacchetti, stecchetti e cucchiaini di plastica. Sfatato il mito delle cicche di sigarette: non rientrano tra i primi dieci rifiuti individuati”.

domenica 29 marzo 2015

Il Consiglio regionale approva la rimodulazione dell’ecotassa in Puglia

Legambiente: «È vergognoso che per il quarto anno consecutivo si premino i Comuni inadempienti incentivando ancora una volta lo smaltimento in discarica. La Puglia è l’unica regione italiana in cui l’ecotassa viene continuamente prorogata o rimodulata» 


Per il conferimento in discarica dei rifiuti, i Comuni potranno applicare l’aliquota 2013 in presenza di due condizioni: che abbiano conseguito a giugno 2015 un incremento nella raccolta differenziata del 5% in più rispetto al dato di novembre 2014; che abbiano attivato le «buone pratiche» previste nel Piano regionale dei rifiuti (ad esempio, riduzione della produzione di bottiglie di plastica attraverso l’installazione di distributori di acqua pubblica).


Inoltre i Comuni che dimostrano di aver conseguito l’obiettivo della raccolta differenziata nella misura del 65%, potranno applicare la tariffa di 5,17 euro per tonnellata. In relazione al 2014, per i comuni che non hanno raggiunto un incremento del 5% nella raccolta differenziata a giugno 2014 o del 6% a novembre dello stesso anno, è confermata l’aliquota 2013 a condizione che riescano a raggiungere entro giugno un incremento del 7% in più rispetto al periodo settembre 2012- agosto 2013 e abbiano anche attivato le buone pratiche. In questo caso, eviteranno di dover pagare circa i 25,82 euro a tonnellata previsti sul 2013 e i circa 15 euro sul 2014. 

giovedì 12 marzo 2015

I fazzoletti di carta e i contenitori della pizza si buttano nell'umido? E i gusci delle cozze? - ECO dalle CITTA'

I fazzoletti di carta e i contenitori della pizza si buttano nell'umido? E i gusci delle cozze? - ECO dalle CITTA'



Rifiuti > Raccolta differenziata 

I fazzoletti di carta e i contenitori della pizza si buttano nell'umido? E i gusci delle cozze?

Quali sono i rifiuti che vanno nell’umido? I fazzoletti di carta o i contenitori della pizza possono essere gettati nell’organico? E i gusci delle cozze? Le risposte fornite dai responsabili dell’impianto di compostaggio Tersan Puglia alle domande dei lettori di Eco dalle Città

di Giuseppe Miccoli
mercoledì 11 marzo 2015 00:06

I fazzoletti di carta e i contenitori della pizza si buttano nell'umido? E i gusci delle cozze? 
clicca sull'immagine per ingrandire
Eco dalle Città ha contattato Paolo Gadaleta, ingegnere della società Tersan Puglia che ha il compito di verificare la purezza dei rifiuti organici che vengono portati all’impianto di compostaggio di Modugno. Tersan Puglia riceve attualmente la gran parte dei rifiuti da moltissimi comuni della Puglia, tra cui il comune di Bari. Molti dei quesiti che sono stati girati all’ingegnere, provengono dai lettori di Eco dalle Città.

Buongiorno ingegnere, la prima domanda è di rito. Cosa si può gettare nella busta compostabile dell’umido?
Se consideriamo le utenze domestiche, possono essere conferiti nell’umido gli scarti alimentari (frutta, verdura, ma anche cereali, pasta, varie salse, gli scarti del pesce o le piccole ossa di animali e così via) e gli scarti del “verde” da giardinaggio (ad esempio, piante, fogliame, piccoli pezzi di legno, etc). I fazzoletti di carta ….

E arriviamo così alla prima curiosità dei lettori. Dove vanno gettati i fazzoletti di carta (sporchi di cibo o usati durante il raffreddore), la carta assorbente, i tovaglioli o la carta igienica? Per intenderci parliamo della carta bianca che si spappola facilmente in acqua.
Vanno buttati nell’umido. Parliamo di rifiuti di pura cellulosa, è vero, però non possono assolutamente essere gettati nei bidoncini della “carta”. I fazzoletti di carta, anche se sporchi di cibo, oppure usati durante il raffreddore, purchè non imbevuti di detergenti o prodotti cosmetici devono essere buttati nell’umido. Vanno bene anche quei tovaglioli o fazzoletti che hanno qualche piccola decorazione. L’importante è che non siano abbondantemente colorati. I rifiuti di quest’ultimo tipo possono contenere pigmenti o sostanze tossiche per il trattamento di compostaggio industriale.

martedì 10 marzo 2015

l'Italia in tempo reale - statistiche aggiornate al 10 Marzo 2015 ore 20:18:53

popolazione 
61.952.745 popolazione dell'Italia
         1.307 nati oggi (dall'inizio della giornata fino a questo momento)
         1.323 morti oggi
            860 nuovi immigrati oggi
            844 aumento popolazione oggi
     106.356 nati quest'anno (dall'inizio del 2015 fino a questo momento)
     107.664 morti quest'anno
       69.952 nuovi immigrati quest'anno
   6.073.038 totale immigrati presenti in Italia
        68.644 aumento popolazione quest'anno

 economia 
€ 2.220.702.481.336 debito pubblico italiano
          € 127.906.083 soldi spesi in interessi sul debito pubblico oggi
                   € 35.845 debito pro capite
             112.153.564 carte di credito in Italia
     € 56.585.698.304 soldi evasi al fisco quest'anno
                 1.093.525 famiglie italiane con un capitale superiore ad 1 milione di euro società
                      47.348 matrimoni quest'anno in Italia
                      24.150 separazioni e divorzi quest'anno in Italia
          € 420.662.864 soldi spesi in chirurgia estetica quest'anno
       € 9.808.190.085 soldi spesi dagli italiani in giochi e lotterie quest'anno
                 3.865.577 Kg pasta mangiata oggi in Italia


Ecotassa sui rifiuti in discarica. Stefano Ciafani: «Ripartire dalle esperienze delle Marche e della Sardegna» - ECO dalle CITTA'

Ecotassa sui rifiuti in discarica. Stefano Ciafani: «Ripartire dalle esperienze delle Marche e della Sardegna» - ECO dalle CITTA'

L'ecotassa punta a disincentivare lo smaltimento in discarica ma legge dal 1995 non ha raggiunto gli esiti sperati. «Solo Marche e Sardegna - spiega Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente - hanno rispettato lo spirito della legge». Previsti sconti a chi differenzia e «se il comune è sotto gli obiettivi di legge (il 65%), paga il massimo di ecotassa»

di Giuseppe Miccoli
domenica 01 marzo 2015 11:30

Ecotassa sui rifiuti in discarica. Stefano Ciafani: «Ripartire dalle esperienze delle Marche e della Sardegna» 
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L’Italia ha introdotto una tassa ambientale (l’ecotassa) che disincentiva lo smaltimento in discarica. Ogni comune paga alla Regione un tributo in base alle tonnellate di rifiuti che conferisce in discarica. La legge però non ha portato gli esiti sperati. A spiegarlo è il rapporto di Legambiente "Ridurre e riciclare prima di tutto" (novembre 2013) curato daStefano Ciafani, Giorgio Zampetti, Marco Mancini e Mirko Laurenti.


Buongiorno Stefano Ciafani. Dal Rapporto emerge che le 19 regioni italiane (comprese le province autonome di Trento e Bolzano) hanno una propria ecotassa rimodulata con criteri diversi. Ne viene fuori una situazione frammentata. C’è una politica ambientale relativa alle discariche differente in ogni regione. Il risultato è che ci sono province italiane in cui lo smaltimento in discarica costa meno (specialmente nel sud Italia) e altre in cui costa di più. Condivide questa analisi?
«E’ proprio così. L’ecotassa, il tributo regionale per lo smaltimento in discarica, è uno strumento nato nel 1995 per uniformare nel paese la penalizzazione economica dello smaltimento in discarica, ma è stato utilizzato, in realtà, in maniera diversificata (con due piccole eccezioni positive che descriverò più avanti): c’è solo una cosa che contraddistingue la gran parte delle esperienze negative: questa tassa ambientale non viene utilizzata con lo stesso spirito con cui è stata istituita. E’ vero, viene fatta pagare nella gran parte delle regioni italiane, senza però, che vengano premiate le esperienze migliori, ne che vengano sfavorite quelle peggiori. In altre parole l’ecotassa, non penalizza veramente lo smaltimento in discarica, perché nella gran parte delle regioni questa tassa è troppo bassa. Quasi mai viene fatto pagare il massimo previsto dalle legge che è di 25,82 euro/tonnellata e solo in rarissimi casi ci sono delle premialità per i comuni o i bacini di ambiti territoriali più virtuosi. Questo è sbagliato. Per questo motivo non si riesce ad archiviare lo smaltimento in discarica, come è necessario fare in tutto il paese e non solo in alcune regioni».